776. CAFFÈ
V'è chi ritiene il caffè originario
della Persia, chi dell'Etiopia e chi dell'Arabia Felice; ma di qualunque posto sia, è
certamente una pianta orientale sotto forma di un arboscello sempre verde il cui fusto si
innalza dai 4 ai 5 metri e non acquista per ordinario più di 5 ad 8 centimetri di
diametro. Il miglior caffè è pur sempre quello di Moka, il che potrebbe convalidare
l'opinione esser questo veramente il suo luogo nativo. Si dice che un prete musulmano, a
Yemen, avendo osservato che quelle capre le quali mangiavano le bacche di una pianta di
quelle contrade, erano più festevoli e più vivaci delle altre, ne abbrustolì i semi, li
macinò e fattane un'infusione scoprì il caffè tal quale noi lo beviamo.
Questa preziosa bibita che diffonde per
tutto il corpo un giocondo eccitamento, fu chiamata la bevanda intellettuale, l'amica dei
letterati, degli scienziati e dei poeti perché, scuotendo i nervi, rischiara le idee, fa
l'immaginazione più viva e più rapido il pensiero.
La bontà del caffè mal si conosce senza
provarlo, e il color verde, che molti apprezzano, spesso gli vien dato artificialmente.
La tostatura merita un'attenzione
speciale poiché, prescindendo dalla qualità del caffè, dipende dalla medesima la più o
meno buona riuscita della bibita. Meglio è dargli il calore gradatamente e perciò è da
preferirsi la legna al carbone, perché meglio si può regolare. Quando il caffè comincia
a crepitare e far fumo, scuotete spesso il tostino e abbiate cura di levarlo appena ha
preso il color castagno-bruno e avanti che emetta l'olio; quindi non disapprovo l'uso di
Firenze, nella qual città, per arrestarne subito la combustione, lo si distende all'aria;
e pessima giudico l'usanza di chiuderlo tosto fra due piatti, perché in codesto modo
butta l'olio essenziale e l'aroma si sperde. Il caffè perde nella tostatura il 20 per
cento del suo peso, cosicché gr. 500 devono tornare gr. 400.
Come diverse qualità di carne fanno il
brodo migliore, così da diverse qualità di caffè, tostate separatamente, si ottiene un
aroma più grato. A me sembra di ottenere una bibita gratissima con gr. 250 di Portorico,
100 di San Domingo e 150 di Moka. Anche gr. 300 di Portorico con 200 di moka danno un
ottimo resultato. Con gr. 15 di questa polvere si può fare una tazza di caffè
abbondante; ma quando si è in parecchi, possono bastare gr. 10 a testa per una piccola
tazza usuale. Tostatene poco per volta e conservatelo in vaso di metallo ben chiuso,
macinando via via quel tanto che solo abbisogna, perché perde facilmente il profumo.
Coloro a cui l'uso del caffè cagiona
troppo eccitamento ed insonnia, faranno bene ad astenersene od usarne con moderazione;
possono anche correggerne l'efficacia con un po' di cicoria od orzo tostato. L'uso
costante potrebbe neutralizzare l'effetto, ma potrebbe anche nuocere, essendovi de'
temperamenti tanto eccitabili da non essere correggibili, e a questo proposito un medico
mi raccontava di un campagnuolo il quale, quelle rare volte che prendeva un caffè, era
colto da un'indisposizione che presentava tutti i sintomi di un avvelenamento. Ai ragazzi
poi l'uso del caffè sarebbe da vietarsi assolutamente.
Il caffè esercita un'azione meno
eccitante ne' luoghi umidi e paludosi ed è forse per questa ragione che i paesi ove se ne
fa maggior consumo in Europa sono il Belgio e l'Olanda. In Oriente, ove si usa di ridurlo
in polvere finissima e farlo all'antica per beverlo torbo, il bricco, nelle case private,
è sempre sul focolare.
Su quanto dice il prof. Mantegazza, cioè
che il caffè non favorisce in modo alcuno la digestione, io credo che sia necessario di
fare una distinzione. Egli forse dirà il vero per coloro a cui il caffè non eccita punto
il sistema nervoso; ma quelli a cui lo eccita e porta la sua azione anche sul nervo
pneumogastrico, è un fatto innegabile che digeriscono meglio, e l'uso invalso di prendere
una tazza di buon caffè dopo un lauto desinare n'è la conferma. Preso poi la mattina a
digiuno pare che sbarazzi lo stomaco dai residui di una imperfetta digestione e lo
predisponga a una colazione più appetitosa. Io, per esempio, quando mi sento qualche
imbarazzo allo stomaco non trovo di meglio, per ismaltirlo, che andar bevendo del caffè
leggermente indolcito ed allungato coll'acqua, astenendomi dalla colazione.
E se noiosa ipocondria t'opprime
O troppo intorno alle vezzose membra
Adipe cresce, de' tuoi labbri onora
La nettarea bevanda ove abbronzato
Fuma ed arde il legume a te d'Aleppo
Giunto, e da Moka che di mille navi
Popolata mai sempre insuperbisce.
Venezia pe' suoi rapporti commerciali in
Oriente fu la prima a far uso del caffè in Italia, forse fin dal secolo XVI; ma le prime
botteghe da caffè furono colà aperte nel 1645; indi a Londra e poco dopo a Parigi ove
una libbra di caffè si pagava fino a 40 scudi.
L'uso si andò poi via via generalizzando
e crescendo fino all'immenso consumo che se ne fa oggigiorno; ma due secoli addietro il
Redi nel suo Ditirambo cantava:
Beverei prima il veleno
Che un bicchier che fosse pieno
Dell'amaro e reo caffè.
e un secolo fa, pare che l'uso in Italia
ne fosse tuttora ristretto se a Firenze non si chiamava ancora caffettiere, ma
acquacedrataio colui che vendeva cioccolata, caffè e altre bibite.
Goldoni, nella commedia La sposa
persiana, dice per bocca di Curcuma, schiava:
Ecco il caffè, signore, caffè in Arabia
nato,
E dalle carovane in Ispaan portato.
L'arabo certamente sempre è il caffè migliore;
Mentre spunta da un lato, mette dall'altro il fiore.
Nasce in pingue terreno, vuol ombra, o poco sole.
Piantare ogni tre anni l'arboscel si suole.
Il frutto non è vero, ch'esser debba piccino,
Anzi dev'esser grosso, basta sia verdolino,
Usarlo indi conviene di fresco macinato,
in luogo caldo e asciutto, con gelosia guardato.
... A farlo vi vuol poco;
Mettervi la sua dose, e non versarlo al fuoco.
Far sollevar la spuma, poi abbassarla a un tratto
Sei, sette volte almeno, il caffè presto è fatto.
777. THE
La coltivazione del the è quasi
esclusiva della China e del Giappone ed è per quegli Stati uno de' principali prodotti di
esportazione. I the di Giava, delle Indie e del Brasile sono giudicati di qualità assai
inferiore.
Le sue foglioline, accartocciate e
disseccate per esser messe in commercio, sono il prodotto di un arbusto ramoso e sempre
verde che non si eleva in altezza più di due metri. La raccolta della foglia ha luogo tre
volte all'anno: la prima nell'aprile, la seconda al principio dell'estate e la terza verso
la metà dell'autunno.
Nella prima raccolta le foglie, essendo
piccole e delicatissime, perché spuntate da pochi giorni, danno il the imperiale, che
rimane sul luogo per uso dei grandi dell'impero; la terza raccolta in cui le foglie hanno
preso il massimo sviluppo, riesce di qualità inferiore.
Tutto il the che circola in commercio si
divide in due grandi categorie: the verde e the nero. Queste poi si suddividono in molte
specie: ma le più usitate sono il the perla, il souchong, e il pekoe a coda bianca il cui
odore è il più aromatico e il più grato. Il the verde essendo ottenuto con
un'essiccazione più rapida che impedisce la fermentazione, è più ricco di olio
essenziale, quindi più eccitante e però è bene astenersene o usarlo in piccola dose
frammisto al nero.
Nella China l'uso del the risale a molti
secoli avanti l'êra cristiana; ma in Europa fu introdotto dalla Compagnia olandese delle
Indie orientali sul principio del secolo XVI; Dumas padre dice che fu nel 1666 sotto il
regno di Luigi XIV che il the, dopo una opposizione non meno viva di quella sostenuta dal
caffè, s'introdusse in Francia.
Il the si fa per infusione e ritiensi che
meglio riesca nelle theiere, di metallo inglese. Un cucchiaino colmo è dose più che
sufficiente per una tazza comune. Gettatelo nella theiera, che avrete prima riscaldata con
acqua a bollore e versategli sopra tant'acqua bollente che lo ricopra soltanto e dopo
cinque o sei minuti, che bastano per sviluppare la foglia, versate il resto dell'acqua in
ebollizione, mescolate e dopo due o tre minuti l'infusione è fatta. Se la lasciate lì
troppo, diventa scura e di sapore aspretto perché si dà tempo a sciogliere l'acido
tannico delle foglie che è un astringente; però, se durante la prima operazione avete
modo di tener la theiera sopra il vapore dell'acqua bollente, estrarrete dal the maggior
profumo, ma se paresse troppo forte si può allungare con acqua bollente.
L'uso del the in alcune provincie
d'Italia, specie ne' piccoli paesi, è raro tuttora. Non sono molti anni che io mandai un
giovane mio servitore ai bagni della Porretta per vedere se imparava qualche cosa
dell'abile maestria dei cuochi bolognesi; e se è vero quanto egli mi riferì, capitarono
là alcuni forestieri che chiesero il the; ma di tutto essendovi fuorché di questo, fu
subito ordinato a Bologna. Il the venne, ma i forestieri si lagnarono che l'infusione non
sapeva di nulla. O indovinate il perché? Si faceva soltanto passar l'acqua bollente
attraverso le foglie che si ponevano in un colino. Il giovine, che tante volte lo aveva
fatto in casa mia, corresse l'errore e allora fu trovato come doveva essere.
Anche il the eccita i nervi e cagiona
l'insonnia; ma la sua azione, nella maggior parte de' casi, è meno efficace di quella del
caffè e direi anche meno poetica ne' suoi effetti perché a me sembra che il the deprima
e il caffè esalti. Però la foglia chinese ha questo di vantaggio sopra la grana
d'Aleppo, e cioè, che esercitando un'azione aperitiva sulla pelle, fa sopportare meglio
il freddo nel rigido inverno; per questo, chi può fare a meno di pasteggiar col vino
nella colazione alla forchetta, troverebbe forse nel the, solo o col latte, una bevanda
delle più deliziose. Io uso un the misto: metà Souchong e metà Pekoe.
778.
CIOCCOLATA
Non è facil cosa il contentar chiunque e
meno che mai in questa materia, tanti e sì vari essendo i gusti delle persone. Non avrei
potuto supporre che un signore avesse notato in questo mio libro una lacuna che il
tormentava. "Come si fa - diceva egli - a spender tante parole in lode del caffè e
del the e non rammentare il cibo degli Dei, la cioccolata che è la mia passione, la mia
bibita prediletta?". Dirò a quel signore che dapprima non ne avevo parlato perché,
se avessi dovuto raccontarne la storia e le adulterazioni dei fabbricanti nel manipolarla,
troppo mi sarei dilungato e perché tutti, più o men bene, una cioccolata a bere la sanno
fare.
L'albero del cacao (Theobroma caccao)
cresce naturalmente nell'America meridionale, in particolare al Messico ove si
utilizzavano i suoi frutti, come cibo e come bevanda, da tempo immemorabile ed ove fu
conosciuto dagli Spagnuoli la prima volta che vi approdarono.
Le due qualità più stimate sono il
cacao Caracca e il Marignone che mescolate insieme nelle debite proporzioni, dànno una
cioccolata migliore. Per garantirsi sulla qualità non c'è che sfuggire l'infimo prezzo e
dare la preferenza ai fabbricanti più accreditati. Per una tazza abbondante non occorrono
meno di grammi 60 di cioccolata, sciolta in due decilitri di acqua; ma possono bastare
grammi 50 se la preferite leggera, e portar la dose fino a grammi 80 se la desiderate
molto consistente.
Gettatela a pezzetti nella cioccolatiera
con l'acqua suddetta e quando comincia ad esser calda rimuovetela onde non si attacchi e
si sciolga bene. Appena alzato il bollore ritiratela dal fuoco e per cinque minuti
frullatela. Poi fate che alzi di nuovo il bollore e servitela. Come alimento nervoso
eccita anch'essa l'intelligenza ed aumenta la sensibilità; ma, ricca d'albumina e di
grasso (burro di cacao), è molto nutritiva, esercita un'azione afrodisiaca e non è di
tanto facile digestione, perciò si usa aromatizzarla con cannella o vainiglia. Chi ha lo
stomaco da poterla tollerare "la cioccolata conviene - dice il professor Mantegazza -
ai vecchi, ai giovani deboli e sparuti, alle persone prostrate da lunghe malattie e da
abusi della vita". Per chi lavora assai col cervello e non può stancare il
ventricolo di buon mattino con una succolenta colazione, il cacao offre un eccellente cibo
mattutino.
779.
FRUTTA IN GUAZZO
A chi piace le frutta in guazzo, può
riuscire gradito il seguente modo di confezionarle.
Cominciate dalle prime che appariscono in
primavera, cioè: dalle fragole, dal ribes e dai lamponi, e ponetene in un vaso 50 o 100
grammi per sorta; copritele con la metà del loro peso, di zucchero e tanta acquavite o
cognac che le sommerga. Poi proseguite con le ciliege, le susine, le albicocche, le
pesche, tutte private del nocciolo e, all'infuori delle ciliege, tagliatele a lettine,
aggiungendo sempre in proporzione zucchero ed acquavite.
Potete mettervi anche uva spina, uva
salamanna e qualche pera gentile; ma poi assaggiate il liquido per aggiungere zucchero od
acquavite, a tenore del vostro gusto.
Formato il vaso, lasciatelo in riposo per
qualche mese prima di servirvene.
780. PESCHE NELLO SPIRITO
Pesche cotogne, non troppo mature,
chilogrammi 1.
Zucchero bianco, grammi 440.
Acqua, un litro.
Cannella intera, un pezzo lungo un dito.
Alcuni chiodi di garofano.
Spirito di vino quanto basta.
Saprete che la pesca cotogna è quella
rosso-giallo o semplicemente giallastra, con la polpa attaccata al nocciolo.
Strofinatele con un canovaccio per levar
loro la lanugine e bucatele in cinque o sei punti con uno stecchino. Fate bollire per
venti minuti lo zucchero nell'acqua a cazzaruola scoperta e poi gettateci le pesche
intere, rimovendole spesso se il siroppo non le ricopre, e quando avranno bollito cinque
minuti, contando dal momento che hanno ripreso il bollore, levatele asciutte.
Allorché le pesche e il siroppo saranno
diacci, o meglio il giorno appresso, collocatele in un vaso di cristallo, oppure in uno di
terra invetriato e nuovo, versateci sopra il siroppo e tanto spirito di vino o cognac che
le sommerga e le dosi a giusta misura. Aggiungete gli aromi indicati e procurate che
restino sempre coperte dal liquido, versandone, occorrendo, dell'altro in appresso.
Tenete chiuso il vaso ermeticamente e
cominciate a mangiarle non prima che sia trascorso un mese.
781.
PESCHE IN GHIACCIO
È l'unica ricetta di questa raccolta che
non ho provato perché, quando una signora inglese venne spontaneamente ad offrirmela, la
stagione delle pesche era passata e il tempo incalzava per la presente ristampa. La
signora me la raccomandò assicurandomi che era molto gradita ne' suoi paesi e perciò
azzardo di pubblicarla.
Si prendono pesche spicche, mature e
sane, si gettano due alla volta, per un minuto, nell'acqua bollente e, tolte dall'acqua,
si sbucciano senza toccar la polpa. Poi s'involtano molto e bene nello zucchero bianco in
polvere e si collocano in un bolo, ossia in un vaso fondo e decente; indi si prendono
tanti quadretti di zucchero quante sono le pesche, si strofinano sulla buccia di un limone
di giardino maturo, finché ogni quadretto siasi impregnato dell'essenza del limone e si
nascondono fra le pesche. Si lasciano così accomodate per due ore almeno (il più non
guasta) e prima di portare il vaso in tavola si tiene tutto chiuso e coperto fra molto
ghiaccio per due o tre ore. Ritornata la stagione delle pesche non ho mancato di mettere
in prova questa ricetta e posso dirvi subito che essa ha del merito. Io mi sono servito di
un vaso di metallo, di zucchero a velo a buona misura ed ho sparso sale fra il ghiaccio.
782. CILIEGE VISCIOLE IN GUAZZO
Queste ciliege, così conciate, non hanno
bisogno di spirito, che lo fanno da sé.
Ciliege visciole, chilogrammi l.
Zucchero bianco, grammi 300.
Un pezzetto di cannella.
Dalle suddette ciliege separatene grammi
200 delle più brutte o guaste, estraetene il sugo e passatelo. Le altre, levato il gambo,
mettetele a strati in un vaso di cristallo: uno di esse e uno di zucchero, poi versateci
sopra il detto sugo. Levate le anime a una parte dei noccioli delle ciliege disfatte ed
anche queste e la cannella gettatele nel vaso, chiudetelo e non lo muovete per due mesi
almeno. Vedrete che lo zucchero a po' per volta si scioglierà e le ciliege dapprima
staranno a galla del liquido, poi questo convertendosi in alcool le ciliege cadono al
fondo e allora sono mangiabili e buone.
783. RIBES ALLA FRANCESE
Preparate una soluzione leggiera di gomma
arabica in polvere sciolta nell'acqua. Prendete su colle dita il ribes crudo nei suoi
grappolini, tuffateli uno alla volta nella soluzione e spolverizzateli di zucchero
cristallino in polvere, ma non a velo. Disposti poi in un piatto, quel fondo rosso
brillantato farà di sé bella mostra fra le frutta di un pranzo e sarà molto gustato
dalle signore.
Potrete anche tramezzare il ribes rosso
col bianco.
784. PONCE ALLA PARIGINA
Questo è un ponce corroborante che può
venire opportuno quando, fra un pasto e l'altro, vi sentiste mancar lo stomaco.
Prendete una tazza del contenuto di due
decilitri circa; frullateci dentro un rosso d'uovo con due cucchiaini di zucchero durando
finché sia divenuto quasi bianco. Aggiungete allora, dosandolo a piacere, due o tre
cucchiaiate di cognac, di rhum o di altro liquore che più vi gusti e riempite la tazza di
acqua bollente, versata poco per volta continuando a frullare per fargli fare la spuma.
785.
MANDORLE TOSTATE
Mandorle dolci, grammi 200.
Zucchero, grammi 200.
Le mandorle strofinatele con un
canovaccio, poi mettete al fuoco in una cazzaruola non istagnata il detto zucchero con due
dita (di bicchiere) d'acqua e allorché sarà sciolto versate le mandorle rimestandole
continuamente e quando le sentirete scoppiettare ritirate la cazzaruola sull'orlo del
fornello e vedrete che lo zucchero si rappiglia e divien sabbioso. Allora levatelo e
separate le mandorle dallo zucchero; poi la metà di questo zucchero rimettetelo al fuoco
con altre due dita d'acqua e quando getterà l'odore di caramella versateci le dette
mandorle, rimestate e, tirato che avranno lo zucchero, levatele. Poi mettete al fuoco
l'altra metà dello zucchero rimasto, con altre due dita d'acqua, e ripetete per la terza
volta l'operazione che sarà l'ultima. Versate le mandorle in un piatto e separate quelle
che si saranno attaccate insieme.
Sono buonissime anche senza nessun odore,
ma piacendovi potete dar loro il profumo della vainiglia con zucchero vanigliato, oppure
il gusto della cioccolata con grammi 30 di questa grattata; ma l'uno o l'altra sarà bene
versarli all'ultimo momento.
786.
OLIVE IN SALAMOIA
Ci saranno forse metodi più recenti e
migliori per fare le olive in salamoia; ma quello che qui vi offro è praticato in Romagna
con ottimo risultato.
Eccovi le proporzioni per ogni
chilogrammo di olive:
Cenere, chilogrammi l.
Calce viva, grammi 80,
Sale, grammi 80.
Acqua per la salamoia, decilitri 8
Si dice viva la calce quando, dopo averla
leggermente bagnata coll'acqua, in forza di un'azione chimica, si screpola, si riscalda,
fuma, si gonfia e cade in polvere. È in quest'ultimo suo stato che dovete adoperarla
mescolandola alla cenere, poi coll'acqua formatene una poltiglia né troppo densa, né
troppo liquida. In essa immergete le olive in modo che, con qualche cosa che le prema,
restino tutte coperte e tenetecele dalle dodici alle quattordici ore, cioè fino a tanto
che si saranno rese alquanto morbide e perciò guardatele spesso tastandole. Alcuni
osservano se la polpa si distacca dal nocciolo; ma questa è una norma talvolta fallace.
Levatele dalla poltiglia, lavatele a
molte acque e lasciatele nell'acqua fresca quattro o cinque giorni, ossia finché non
renderanno l'acqua chiara perdendo l'amaro, cambiando l'acqua tre volte al giorno. Quando
saranno arrivate al punto, mettete al fuoco gli otto decilitri di acqua col detto sale e
con diversi pezzetti di grossi gambi di finocchio selvatico, fate bollire per alcuni
minuti e con questa salamoia, versata fredda, conservate le olive in vaso di vetro o in
uno di terra invetriata.
La calce per bagnarla meglio immergetela
con una mano per un momento (cinque o sei secondi di minuto bastano) nell'acqua e ponetela
sopra a un foglio di carta.
787.
FUNGHI SOTT'OLIO
Scegliete funghi porcini, chiamati
altrimenti morecci, i più piccoli che potete trovare, e se ve ne fossero frammisti dei
grossi quanto le noci, di questi fatene due parti. Dopo averli nettati bene dalla terra e
lavati, fateli bollire per venticinque minuti nell'aceto bianco; ma se fosse molto forte
correggetelo con un po' d'acqua. Tolti dal fuoco asciugateli bene entro a un canovaccio e
lasciateli all'aria fino al giorno appresso. Allora collocateli in un vaso di vetro o di
terra invetriata coperti d'olio e con qualche odore che più vi piaccia. Chi ci mette uno
spicchio o due di aglio mondati, chi alcuni chiodi di garofano e chi una foglia di alloro,
che si può far bollire fra l'aceto. Si usa mangiarli col lesso.
788. MOSTARDA ALL'USO TOSCANO
Uva dolce 1/3 nera e 2/3 bianca, oppure
tutta bianca, come io la preferisco, chilogrammi 2.
L'uva ammostatela come fareste pel vino, e dopo un giorno o due, quando avrà alzato,
spremetene il mosto.
Mele rose o reinettes, chilogrammi l.
Due pere grosse.
Vino bianco, meglio vin santo, grammi 240.
Cedro candito, grammi 120.
Senapa bianca in polvere, grammi 40.
Le mele e le pere sbucciatele e
tagliatele a fette sottili, poi mettetele al fuoco col detto vino e quando l'avranno
tirato tutto versate il mosto. Rimestate spesso e quando il composto sarà condensato
alquanto più della conserva di frutta lasciatelo freddare ed aggiungete la senapa,
sciolta prima con un poco di vino ben caldo, e il candito in minuti pezzetti. Conservatela
in vasetti con sopra un sottil velo di cannella in polvere. La senapa, per uso di tavola,
eccita l'appetito e favorisce la digestione.
789. CROSTA E MODO DI CROSTARE
Mi lo lecito di tradurre così i due
francesismi comunemente usati di glassa, glassare, lasciando ad altri la cura d'indicare
termini italiani più speciali e più propri. Parlo di quell'intonaco bianco o nero oppure
di altro colore che si suol fare sopra alcuni dei dolci in addietro descritti, come la
bocca di dama, il salame inglese, le torte tedesche e simili, per renderli più
appariscenti.
Per crostare di nero prendete grammi 50
di cioccolata e grammi 100 di zucchero in polvere. La cioccolata grattatela e mettetela al
fuoco in una piccola cazzaruola con tre cucchiaiate d'acqua. Sciolta che sia, aggiungete
lo zucchero e fate bollire a lento fuoco rimestando spesso. L'importante dell'operazione
è di cogliere il punto della cottura, il quale si conoscerà quando il composto si stende
a filo prendendone una goccia fra il pollice e l'indice; ma questo filo non lo esigete
più lungo di un centimetro, altrimenti il punto di cottura vi passa. Levate allora la
cazzaruola dal fuoco e ponetela nell'acqua fresca rimestando sempre, e quando vedrete che
il liquido diventa opaco alla superficie come desse cenno di formare una tela,
distendetelo sul dolce. Rimettete questo in forno oppure sotto a un coperchio di ferro col
fuoco sopra per due o tre minuti e vedrete che la crosta prenderà un aspetto liscio,
lucido e duro.
La crosta bianca si fa colla chiara
d'uovo, lo zucchero a velo, l'agro di un limone e il rosolio: piacendovi di colore roseo,
invece di rosolio servitevi di alkermes. Eccovi le proporzioni all'incirca per ognuno dei
dolci descritti: La chiara di un uovo, grammi 130 di zucchero, un quarto di limone, una
cucchiaiata di rosolio oppure tanto alkermes che dia il suddetto colore. Sbattete bene
ogni cosa insieme e quando il miscuglio è sodo in modo da scorrere leggermente,
distendetelo sul dolce, ed esso si seccherà da sé senza metterlo al fuoco.
Se poi invece di distendere la crosta
bianca tutta unita, vi piacesse di ornare il dolce a disegno, provvedetevi da chi vende
simili oggetti per decorazione, certi piccoli imbuti di latta incisi in cima che
s'infilano entro a un sacchetto apposito; cose tutte di questo genere che a nostra
vergogna acquistiamo dalla Francia. In mancanza di questi strumenti, potrete supplire alla
meglio con cartocci di carta a cornetto, Posto in essi il composto strizzate perché esca
a fili sottili dal piccolo buco del fondo. Se il composto della crosta bianca riesce
troppo liquido quando lo formate, aggiungete dello zucchero.
Un altro modo di crostare in bianco è
quello praticato pel Dolce alla napoletana n. 586, e poi andate a vedere i dolci n. 644 e
645.
790.
SPEZIE FINI
Se volete usare nella vostra cucina delle
spezie buone, eccovene la rìcetta:
Noci moscate, n. 2.
Cannella di Ceylan ossia della regina, grammi 50.
Pepe garofanato, grammi 30.
Chiodi di garofano, grammi 20.
Mandorle dolci, grammi 20.
Se vi aggiungete altre specie di droghe
all'infuori del macis, cioè l'arillo della noce moscata, che è ottimo, non farete nulla
di veramente buono; vi consiglio anche di non imitare i droghieri, i quali, invece della
cannella di Ceylan, adoperano la cassialinea ossia cannella di Goa e vi buttano coriandoli
a piene mani perché questi fanno volume e costano poco.
Pestate ogni cosa insieme in un mortaio
di bronzo, passate le spezie da uno staccino a velo di seta e conservatele in un vaso di
vetro a tappo smerigliato, oppure in una boccetta col turo di sughero, e vi si
conserveranno anche per anni colla stessa fragranza del primo giorno. Le spezie sono
eccitanti, ma usate parcamente aiutano lo stomaco a digerire.